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Tsunami toghe, le cinque domande di un cronista a Pier Camillo Davigo

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Palazzo dei marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, sembra investito da uno tsunami. Non passa giorno senza una dichiarazione, una presa di distanze, una sottolineatura, una richiesta di dimissioni oppure, all'incontrario, un invito a resistere, ad andare avanti. Mai come in questo momento la situazione è percepita come drammatica, e d'altra parte anche il presidente dell'organo di autogoverno della magistratura, il capo dello Stato  Sergio Mattarella, pur non intervenendo direttamente sulla questione,  ha pronunciato in più occasioni parole eloquenti. Così come d'altra parte il vicepresidente dello stesso consiglio superiore, l'avvocato David Ermini, fiorentino,  il quale, in occasione dell'ultimo plenum, ha pronunciato un discorso di quelli che precedono le rivoluzioni, i terremoti. Cambiamo, ha detto in sintesi, altrimenti saremo travolti. Insomma, parlano tutti, ad eccezione di uno. Ma che uno! L'unica voce silente è quella, niente di meno, del giudice Piercamillo Davigo, il leader della corrente di Autonomia e Indipendenza eletto un anno fa al Csm in nome del rinnovamento. Si tratta di uno dei magistrati di punta  del mondo giudiziario italiano, protagonista  ai primissimi anni 90 di Mani Pulite e da sempre profondamente impegnato, con le posizioni che in alcune occasioni sono stati di scontro aperto con settori dell'avvocatura e non solo, sui terreni della legalità. Secondo alcuni, tuttavia, a senso unico. Luca Fazzo gli ha posto, dalle colonne de Il Giornale, alcune domande. Eccole:

1. LA VOTAZIONE INCRIMINATA Lei fa parte della commissione incarichi direttivi del Csm e il 23 maggio scorso, in questa veste, votò a favore della nomina di Marcello Viola a procuratore della Repubblica di Roma. Quella decisione, secondo le indagini, fu il frutto di accordi sotterranei officiati per motivi illeciti da Luca Palamara. Non si accorse di quanto le accadeva sotto il naso? E perché si oppose anche alla audizione dei candidati?

2. LA SUA NOMINA Lei è stato eletto nel 2016 presidente di sezione della Cassazione con i voti determinanti di Unicost, la corrente di Palamara. Ha mai fatto una telefonata per chiedere appoggi all'interno del Consiglio superiore della magistratura in vista di quella nomina? In caso affermativo, a quali esponenti di quali correnti rivolse la sua richiesta?

3. LA PROMOZIONE MANCATA Lei successivamente ha fatto domanda per diventare presidente aggiunto della Cassazione ed è stato sconfitto. Votò per lei solo il rappresentante della sua stessa corrente, Autonomia e Indipendenza. Ritiene quel voto un buon esempio di criteri meritocratici nella scelta dei vertici degli uffici giudiziari? Ritiene un atto di trasparenza che il rappresentante di una corrente voti per il fondatore della corrente medesima?

4. IL SISTEMA Quando non faceva parte del Csm accusava il Consiglio di essere dominato dalla correnti e di lottizzare le nomine dei magistrati d'intesa con l'Anm, il sindacato delle toghe. Disse: «I consiglieri fanno come gli pare, mi aspetto la nomina di un cavallo come fece Caligola». Poi, mentre era ancora un dirigente dell'Anm, si fece eleggere al Csm e si fece assegnare alla commissione incarichi direttivi. Quanti «cavalli» ha nominato da quando si è insediato? O con il suo arrivo al Csm è finalmente arrivata la stagione della trasparenza, anche se l'inchiesta di Perugia fa sospettare il contrario?

5. LE TOGHE COME I POLITICI Lei incarna da quasi trent'anni, con invidiabile costanza e coerenza, una visione della giustizia che le ha garantito fama mediatica e successo professionale. Due anni fa, in un intervento al tribunale di Milano, affermò che il codice di procedura penale «è fatto apposta per permettere ai delinquenti di farla franca». Da anni, anche davanti a casi conclamati di ingiuste detenzioni, afferma (da ultimo nel febbraio scorso) che «in buona parte non si tratta di innocenti ma di colpevoli che l'hanno fatta franca». Intende applicare lo stesso approccio ai suoi colleghi magistrati e membri del Csm finiti adesso nel centro dell'inchiesta? Il suo collega Luigi Spina, che ha rifiutato di rispondere alle domande degli inquirenti, è un cittadino che esercita un suo diritto o un criminale che usa il codice per farla franca? E i consiglieri che rivendicano la propria innocenza fino a prova contraria sono persone perbene o mascalzoni che cercano di raggirare l'opinione pubblica?

 

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