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Marc Bloch e il mestiere dello storico

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 "La professione da me scelta è di solito considerata fra le meno avventurose. Ma la mia sorte - in ciò comune a quella di quasi tutta la mia generazione - mi ha gettato per due volte, a ventuno anni di intervallo, fuori da queste strade pacifiche". (Marc Bloch, La strana disfatta).

Marc Bloch ha 28 anni quando parte, come ufficiale di fanteria, per la prima guerra mondiale. Insegna, in quel 1914, in un liceo a Amiens. Insegna una materia particolare, insegna il pensiero critico, da esercitare soprattutto di fronte alle testimonianze, proprie e altrui. Dalla storia gli studenti dovranno trarre quella "méthode critique", che può essere applicata tanto al passato quanto al presente. Non sono soltanto il risultato degli anni trascorsi all'École Normale di Parigi, o il confronto con maestri come Bergson, Durkeim, Foustel de Coulanges, che lo inducono a rivedere il rapporto dello storico con le testimonianze: è anche, e soprattutto, l'esito di un percorso autobiografico che nasce dall'aver assistito, da ragazzo, alle discussioni familiari intorno all'affaire Dreyfus. L'ingiusta condanna del militare alsaziano di religione ebraica spinge Bloch a ragionare sul suo mestiere. Lo storico non vede, non conosce, non sa. Ascolta, indaga, interroga, si affida ad altri occhi di cui non conosce, fino in fondo, la capacità di vedere. Come può non sbagliare? Bloch si rivolge ai suoi studenti, e si rivolge ai suoi colleghi: «Miei cari amici, come sapete, sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, paragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esempio, dell'elettricità. Non sappiamo nulla, su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Quando questi racconti ci mancano, la nostra ignoranza è totale e senza rimedio. Tutti noi storici, i più grandi come i più piccoli, rassomigliamo a un povero fisico cieco e impotente che non fosse informato sui suoi esperimenti altro che dai resoconti del suo aiuto laboratorio. Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d'una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l'aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà»La guerra lo pone di nuove di fronte a questi interrogativi. Nel 1918 concluso il conflitto, viene smobilitato e riporta dalla guerra una salute compromessa: ferito leggermente due volte, in cinque mesi di trincea ha contratto il tifo che gli lascerà un'artrite alle mani – portata dietro tutta la vita – che gli renderanno difficoltoso il suo mestiere di storico e scrittore. Il bagaglio di esperienze portate dalla guerra gli saranno utilissime. Ha constatato quanto è fragile la memoria umana: lo storico avrà difficoltà a ricordare esattamente quanto vissuto al fronte. Bloch metterà in dubbio proprio la "testimonianza storica" delle fonti. Da una prospettiva del tutto originale, e memore della disinformazione in atto ai tempi dell'Affare Dreyfus, analizza il processo di falsificazione delle notizie orali creatosi tra i soldati grazie all'azione della censura. 

Insieme all'amico e collega Lucien Febvre nel 1929 fonda la rivista Les Annales ("Annales d'histoire économique et sociale"), probabilmente, il più importante raggruppamento di storici francesi del XX secolo, celebre per aver introdotto rilevanti innovazioni metodologiche nella storiografia (nouvelle histoire). Ma in che cosa è consistita questa «rivoluzione storiografica»? Anzitutto, nella scelta della interdisciplinarietà, che ha abbattuto i muri della specializzazione di settore o di periodo. La buona storia non deve avere confini di spazio e di tempo, deve essere globale e onnivora, contaminandosi con le altre scienze umane: dall'antropologia alla sociologia, dalla geografia all'etnologia. E così il primo fascicolo della rivista si occupava dei papiri dell'antico Egitto come dell'economia tedesca nel primo dopoguerra. Uno dei grandi saggi di Bloch, scritti dopo il primo conflitto mondiale, espressione di un nuovo modo di fare storia, si intitola "I Re Taumaturghi". Bloch analizza la credenza collettiva: in passato le persone credevano che i Re di Francia potessero curare una certa malattia (la scrofola) toccando i malati. Regolarmente – fino alla fine del settecento – i Re di Francia inscenavano queste cerimonie in cui venivano i malati, i quali venivano "toccati" dal Re, e vi era sempre qualcuno che "guariva". Prima di Bloch gli storici asserivano che tali questioni fossero meramente popolari e di carattere superstizioso: di poco interesse in ambito accademico. Alla metà degli anni trenta Bloch comprende come il suo cognome – fuori dalla Francia – può creargli alcuni problemi, data la sua origine ebraica. In una sua corrispondenza con Febvre afferma: "Si, è proprio vero. Nel nostro paese sta tornando l'antisemitismo". Lo storico si interroga anche sul suo essere ebreo, elemento etnico fino all'ora non considerato affatto, ma con il quale deve fare i conti; continua ancora con Febvre: "Sono ebreo, se non per la religione che non pratico – come non ne pratico nessuna -, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio, né vergogna perché sono, spero, abbastanza buono storico da sapere che le predisposizioni razziali sono un mito. Non rivendico mai la mia origine tranne quando mi trovo davanti ad un antisemita". In Francia si ha il timore di un'affermazione del totalitarismo, come già era avvenuto nella stragrande maggioranza dei paesi europei. Nel 1933 la dittatura – oltre che in Italia, Spagna, Portogallo e altri paesi europei – arriva anche in Germania: Strasburgo è sul confine tedesco e si possono osservare le sfilate naziste al di la del fiume. La sensazione da parte di Bloch è di vivere in un'epoca che stava scivolando verso qualcosa di spaventoso. Si arriva, inesorabilmente, al secondo conflitto (1939) e il capitano Marc Bloch viene richiamato per fare la guerra. Lo storico potrebbe farsi esentare poiché ha cinquanta anni e possiede sei figli, ma non vuole chiedere l'esonero e va in guerra. Durante questo periodo terribile, Marc Bloch torna a scrivere e lo fa con la produzione di un altro piccolo capolavoro della storiografia: "La strana disfatta", una lucida e perfetta disamina della guerra, con l'analisi delle motivazioni politiche e sociali di questa grande sconfitta. Scrive: "noi eravamo vecchi e i tedeschi erano giovani. Noi eravamo comandati da vegliardi. Noi abbiamo combattuto una guerra di altri tempi: una volta si facevano le guerre coloniali e noi con il fucile sconfiggevamo i neri armati di zagaglie. Qui è stata la stessa cosa, solo che noi eravamo quelli con la zagaglia e i tedeschi quelli con il fucile. (…) I tedeschi correvano in macchina, con i motori e noi non abbiamo capito niente di che cosa era questa guerra". Dopo l'invasione tedesca, la Francia viene suddivisa il 10 luglio del 1940 in tre zone di influenza: una nazista, una francese ed una italiana. Bloch si rifugia nello "Stato francese" che successivamente verrà denominato "Governo di Vichy" con l'eccezione della zona di Mentone, occupata dall'Italia, e della costa atlantica, governata dalle autorità tedesche. In una Francia dipendente, umiliata e sconfitta, Bloch inizialmente continua ad insegnare, ma viene spedito in una piccola università di provincia senza poter tornare a Parigi, occupata dai tedeschi.

Marc Bloch insegna in un clima di antisemitismo crescente e successivamente anche la Francia di Vichy viene occupata dai tedeschi. Lo storico è costretto a nascondersi per via delle sue origine ebraiche e nel 1942 la famiglia si rifugia nella casa di campagna, mentre i due figli maggiori li fa espatriare in Spagna con la speranza di poter dar loro la possibilità di raggiungere de Gaulle comandante della "Francia libera" in Africa. Sistemata la famiglia si reca a Lione e contatta la resistenza francese clandestina che lo accoglie tra le sue fila. Il movimento è quello promosso da Georges Altman della frangia dei "Franchi-tiratori". Nel Marzo del 1944 Bloch e i suoi compagni vengono arrestati dalla Gestapo. L'importanza del nostro storico la si denota dalla stampa di Vichy, la quale dopo l'arresto annuncia: "la resistenza a Lione è distrutta. Il capo dei terroristi era un ebreo". Il 16 giugno 1944 verso sera ventotto uomini a gruppi di quattro sono condotti in un prato a nord di Lione e fucilati. Nel primo nucleo dei quattro si trova Marc Bloch. In queste fucilazioni collettive, in piena notte, succedeva abbastanza spesso che qualcuno si salvava: dei trenta portati fuori con Bloch, due vengono solo feriti ed in qualche modo riescono a salvarsi ed hanno raccontato – finita la guerra – cosa è successo veramente quella notte. Dirà uno dei due superstiti: "ho sentito molti compagni cadere gridando «addio mamma», oppure «addio moglie», oppure «viva la Francia». (…) Hanno portato fuori dalla camionetta i primi, abbiamo sentito le raffiche di mitra e Bloch mi ha detto «quel che c'è di buono è che non si ha il tempo di soffrire»". Il suo testamento, redatto il 18 marzo del 1941 recita: "Dovunque mi accada di morire, in Francia o in terra straniera, e in qualunque momento ciò possa avvenire, lascio alla mia cara moglie, o, se ella non ci fosse, ai miei figli, la cura di provvedere ai miei funerali nel modo che riterranno più conveniente. Saranno funerali puramente civili. I miei sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno – nella camera ardente o al cimitero – un amico accetti di leggere le poche parole che seguono. Non ho chiesto che sulla mia tomba fossero recitate le preghiere ebraiche che pure con la loro cadenza accompagnarono verso l'estremo riposo tanti miei antenati e anche mio padre. Per tutta la vita ho compiuto ogni sforzo per impormi una totale sincerità dell'espressione e dello spirito. Considero la compiacenza verso la menzogna, qualunque sia il pretesto di cui possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell'anima. Come fu detto per uno assai più grande di me, vorrei che come solo motto sulla mia pietra tombale fossero incise due semplici parole: Dilexit Veritatem . Per questo motivo mi sarebbe oggi impossibile ammettere che nell'ora del supremo addio, quando ogni uomo ha il dovere di riepilogare se stesso, si facesse appello in nome mio alle effusioni di una ortodossia della quale non riconosco affatto il credo. Tuttavia, mi sarebbe ancora più odioso se in questo atto di probità si ritenesse di scorgere qualche cosa che possa rassomigliare a un vile ripudio. Perciò, se occorre, affermo di fronte alla morte che sono nato ebreo; che non ho mai pensato di negarlo, né ho mi trovato alcun motivo per essere tentato di farlo. In un mondo assalito dalla più atroce barbarie, la generosa tradizione dei profeti ebrei, che il cristianesimo, in ciò che ebbe di più puro, riprese per estenderla, non rimane forse una delle nostre migliori ragioni di vivere, di credere e di lottare?Estraneo tanto a qualsiasi formalismo confessionale quanto a qualunque presunta solidarietà razziale, per tutta la vita mi sono sentito anzitutto, e molto semplicemente, francese. Legato alla mia patria da una tradizione famigliare già lunga, nutrito della sua eredità spirituale e della sua storia, incapace, per la verità, di concepirne un'altra in cui mi fosse possibile respirare a mio agio, l'ho amata molto e servita con tutte le mie forze. Non mi sono mai accorto che la mia qualità di ebreo opponesse il minimo ostacolo a questi sentimenti. Nel corso di due guerre non mi è stato concesso di morire per la Francia. Posso tuttavia, in piena sincerità, rendere a me stesso questa testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon francese". Morto per la libertà, Marc Bloch non cessò mai di studiare la storia come dimostra la sua opera Apologia della storia o mestiere dello storico pubblicato postumo per la prima volta nel 1949, grazie all'amico e compagno di studi Lucien Febvre. 

"Papà, spiegami allora a cosa serve la storia". Così un giovinetto, che mi è molto caro, interrogava, qualche anno fa, uno storico. Del libro che si leggerà – scrive Bloch - vorrei poter dire che è la mia risposta". Bloch risponde sostenendo che la storia analizza "il passato in funzione del presente e il presente in funzione del passato". Nessuna autentica comprensione del presente è possibile se ignoriamo il nostro passato. Senza memoria storica, una comunità rischia di perdere e smarrire il significato e il senso profondo della propria identità culturale e civile. Se la memoria fosse soltanto un richiamo al passato, avremmo uno sguardo nostalgico, saremmo rivolti verso ciò che non c'è più. La memoria, invece, ci coinvolge nel presente e ci rende responsabili del futuro.

 

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