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Mauro Mellini, un avvocato radicale in Parlamento, e la lesa maestà

MelliniMauro

 Mellini Mauro (Civitavecchia, 1927), avvocato e scrittore, deputato del Partito Radicale per quattro legislature, tra i protagonisti della battaglia per il divorzio, componente del Consiglio Superiore della Magistratura nel 1993-1994. Autore di numerosi saggi sul tema della giustizia, dei suoi aspetti patologici e sul fenomeno  del pentitismo.

da: Eminenza, La pentita ha parlato, Adriatica editrice, Ancona 1993

E manco vederete caristia

D'abati, monziggnori e cardinali

Giudici de li sagri tribunali

Da impiccavve sur detto d'una spia

G.G. Belli, 8 aprile 1834

I - LESA MAESTA' con fotomontaggio

I primi di febbraio del 1862 giungeva al Papa, da un ignoto mittente, un  plico dal contenuto d'oscenità inimmaginabile, almeno per quei tempi, contemporaneamente plichi del genere venivano recapitati all'imperatore Napoleone III, a Vittorio Emanuele, alla corte di Vienna ed a quella di Monaco di Baviera, mentre Roma ne veniva invasa.

Si trattava di fotografie novità di per sé alquanto diabolica e, quel che è peggio, di fotografie nella quali almeno il volto era inequivocabilmente quello, nientemeno, della Regina Maria Sofia Delle Due Sicilie, esule a Roma con il marito Francesco II, Franceschiello, pure destinatario di uno dei perfidi plichi.

La fotografia era allora ai primordi, ma già si conoscevano tecniche di fotomontaggio e nessuno dubitò, dato anche lo spirito cavalleresco dei tempi, che proprio di un fotomontaggio si trattasse, con l`effigie di una "donna perduta" ritratta nell'esercizio delle sue funzioni. Lo scandalo fu enorme e unanime l'esecrazione. Nessuno volle rivendicare questo colpo perfido contro il deposto monarca napoletano ed i liberali si mostrarono indignati non meno dei clericali.

Maria Sofia era giunta a Roma un anno prima, la sera del 14 febbraio 1861, dopo che al mattino aveva lasciato, con il marito e pochi altri personaggi del governo e della Corte Borbonica, la fortezza di Gaeta, sconvolta dalle bombe di Cialdini e flagellata dal colera, dove stava per essere ammainata la bandiera borbonica e innalzato il tricolore. Una nave francese, la "Moette", messa a disposizione da Napoleone III, aveva sbarcato i deposti sovrani a Terracina, oltre il confine con lo Stato Pontificio ed a notte, dopo un fortunoso viaggio in carrozza, essi erano giunti a Roma, dove erano stati preceduti da altri membri della famiglia reale, ospiti di Pio IX che così contraccambiava l'ospitalità che il padre di Franceschiello, Ferdinando II, gli aveva concesso nel 1849, quando era fuggito da Roma dove stava per essere proclamata la Repubblica. Ad accogliere i fuggiaschi sulle piazza del Quirinale, nella fredda notte  invernale, una piccola folla aveva lanciato grida ostili e di scherno.

 I sovrani scacciati da Napoli da Garibaldi venivano a Roma a cercarvi la nuova Coblenza del  legittimismo e della reazione che andava stringendo le sue fila attorno al Papa-Re. La loro permanenza a Roma, protrattasi per un decennio e conclusa malinconicamente alla vigilia della caduta de potere temporale nel 1870, fu segnata da speranze di restaurazione e da tresche per alimentare il brigantaggio nel vicino Regno perduto, da periodi di gioconda spensieratezza e da malinconie e da lutti, ultimo quello per la perdita della figlia Maria Cristina, nata alla fine del 1869 e morta a poco più di tre mesi il 28 marzo 1870.

Nei primi mesi della sua permanenza a Roma, Franceschiello si era comportato da sovrano ancora in carica, mantenendo il corpo diplomati già accreditato presso il suo Governo a Napoli, battendo moneta (ma con data falsa del 1859, in modo da confonderla con quella ancora considerata a corso legale dal Governo Italiano) nominando ministri e generali. Il plebiscito nelle Provincie meridionali ed in Sicilia e la successiva proclamazione del Regno d'Italia, presto riconosciuto dalle maggiori potenze nel giugno 1861, lo avevano costretto ad atteggiamenti più realistici, non perù a rinunziare al ruolo di pretendente al trono, né tanto meno a rinunziare ad alimentare il brigantaggio, attivissimo per diversi anni nel Meridione continentale.

Francesco II, la sua corte ed i nobili e i generali emigrati a Roma erano convinti che il fenomeno del banditismo, che effettivamente aveva preso l'avvio dallo sbandamento dell'esercito borbonico, dovesse considerarsi un vero e proprio movimento legittimista e sanfedista, capace di sbocchi come quello della travolgente marcia del cardinale Ruffo del 1799. Per alcuni anni Francesco II provvide a reclutare, o lasciò che si reclutassero, gentiluomini ed avventurieri legittimisti per missioni nei suoi vecchi domini, nel tentativo di organizzare e di sviluppare le bande che battevano le campagne nelle diverse provincie. Il risultato fu scoraggiante e tragico. Lo spagnolo Berges, sbarcato in Calabria con quattordici compagni, riuscì ad attraversare tutto il Regno, fu catturato dalle truppe italiane presso il confine con lo Stato Pontificio e fu fucilato a Tagliacozzo nel dicembre 1861.

Pare che indosso gli fosse trovato un diario in cui si dichiarava disgustato della sua missione che lo aveva accomunato a grassatori ed assassini. Sorte analoga toccò ad altri emissari francesi, austriaci e belgi. Qualcuno di essi, a quanto sembra, finì invece assassinato dagli stessi briganti di cui avrebbe dovuto prendere il comando. I briganti, infatti, acclamavano sempre Franceschiello e la Santa Chiesa, ma non avevano alcuna voglia di sottostare agli ordini di chicchessia, né di fare altro che i briganti. Anche il governo italiano sopravvalutava l'importanza della sobillazione borbonica nel fenomeno del brigantaggio. Certo e pero che la presenza a Roma della corte borbonica induceva il Governo Pontificio a tenere un atteggiamento di vistoso favoreggiamento in favore delle bande, con effetti rilevanti, specialmente nelle zone di confine. D'altro canto la solidarietà del Borbone e del Papa con efferati criminali veniva assunto, e non a torto, come prova del livello morale e civile sul quale si muovevano il legittimismo ed il temporalismo.

 Le proteste italiane per l'attività svolta a Roma da preti e cortigiani borbonici in favore dei briganti furono aspre e continue ed una fitta rete di spie, addirittura una specie di polizia parallela, costituita da elementi liberali, fu impiantata per tallonare i comitati di sostegno e di arruolamento che erano sorti a Roma, come a Trieste e a Marsiglia. Per dare la caccia a documenti compromettenti per la Corte Borbonica ed il Governo Pontificio, il Comitato Nazionale Romano clandestino organizzò addirittura delle perquisizioni, eseguite dai suoi accoliti, camuffati da gendarmi pontifici, nelle case di nobili napoletani emigrati, di ex poliziotti borbonici e persino di ufficiali dei carabinieri pontifici.

In queste operazioni spericolate si distinse Casare Filibek, ingegnere, già rifugiato a Napoli e di lì rientrato clandestinamente a Roma nel 1862. Proprio a lui il governo e la polizia di Torino pensarono di affidare nientemeno che l'incarico di rapire Francesco II che avrebbe dovuto consegnato per denaro da un confidente della Corte Borbonica, un francese, tale Litrat. Questi però riferì tutto alla polizia pontificia, provocando l'arresto del Filibek. D'altro canto i propositi di rapimento spodestato, che avrebbero dovuto concludersi con il suo forzato a Livorno su di una nave che avrebbe dovuto portarlo quanto più possibile da Roma e dall'Italia, erano da tempo vagheggiati dal Comitato Nazionale, che spiava le passeggiate solitarie di Franceschiello ed organizzava appostamenti. La polizia pontficia ne ebbe sentore anche attraverso passi delle rivelazioni impunitarie di Costanza Diotallevi, tra le pochissime cose da lei dette che avessero un qualche fondamento di verità.

 

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