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"Mi ha fatto un torto, me la pagherà". Quella rabbia a lungo covata e mai elaborata chiamata vendetta.

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A chi non è mai capitato di nutrire sentimenti di rivalsa o punitivi verso amici, familiari o conoscenti che in un modo o nell'altro, coscientemente o meno, hanno leso, offeso e umiliato il nostro amor proprio, la nostra sensibilità o dignità? 

Sicuramente a tanti…soprattutto se i colpi subiti sono stati considerati "gratuiti" ed immotivati. La sofferenza subita a causa di tali torti non fa altro che trasformarsi in senso di rivalsa, che vorrebbe punire l'attuatore del nostro senso di malessere procurando questa volta a lui la sofferenza da noi subita. Questa fantasia di "vendetta" diviene quindi pian piano nel nostro immaginario lo strumento più idoneo per risollevare il nostro orgoglio e far ristabilire in noi il giusto senso di appagamento, che riporti l'omeostasi umorale perduta a causa delle ingiustizie subite. Ma da dove si origina tutto ciò?

La forte carica di appagamento vendicativo è da ritrovare nei nostri comportamenti ancestrali, il cui senso era, ed è ancora, la difesa del proprio equilibrio interno da cariche esterne. Quest'importante affermazione ci porta dunque a immaginare la sete di vendetta come qualcosa di positivo, in quanto finalizzata alla difesa del proprio Sé; in realtà non sempre è tutto così semplicistico, questo perché, a differenza dei bambini che cercano subito il rimedio pacifico al conflitto, noi adulti ci ritroviamo a covare e a rimuginare sugli eventuali torti subiti, così da portare il nostro mondo fantasmatico, cioè immaginario, a costruire delle realtà quasi parallele, che invece di elaborare il sentimento negativo provato, lo nutrono e lo ingigantiscono, peggiorando quindi la situazione psicologica vissuta. Il limite viene superato nel momento in cui il vissuto rimuginato:
- si presenta alla mente costantemente, oscurando altri pensieri;
- diventa sempre più ricco di particolari negativi;
- aumentano il livello di malessere e il sentimento punitivo;
- la voglia di vendetta è un pensiero ridondante ed anche smisurato di fronte alla sofferenza vissuta.

Tutto ciò si traduce con una fissità del pensiero ad un livello patologico che può portare il soggetto ad alti livelli di sofferenza, che sentirebbe alleviati solo in seguito alla scarica della forte aggressività accumulata. Tutto ciò clinicamente può tradursi in meccanismi di acting out, ovvero di messa in pratica di azioni auto od etero aggressive. Sempre di più è statisticamente dimostrata la forte correlazione tra pensieri vendicativi rimuginanti ed alti livelli di stress e malesseri associati, che sfociano purtroppo spesso in disturbi psicosomatici e/o ansioso – depressivi.

Per far tornare la serenità è utile guardarsi dentro per fare chiarimento:
Le fantasie di vendetta non sono normalmente sintomo di malvagità ma di un lungo periodo di rabbia covata e mai elaborata. A volte l'elaborazione può avvenire portando il pensiero ad essere azione, anche attraverso la scrittura di una lettera, indirizzata alla persona verso la quale proviamo tali sentimenti. Non sarà necessario inviargliela tanto quanto invece scrivere tutto ciò che davvero pensiamo. 

Fare elaborazione dei contenuti vendicativi, come nell'esempio riportato, al fine di risolverli è il primo indispensabile step per andare avanti, e se ci si rende conto che non si riesce da soli è importante pensare di poter ricorrere alla psicoterapia.

Denebola Ammatuna, Psicologa Psicoterapeuta

 

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