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"Noi, trentenni con laurea, senza reddito di cittadinanza, sogni, dignità". Milena si racconta al Corsera

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Una lettera-confessione al Corriere della Sera per mettere a nudo la condizione di marginalità e di disagio di intere generazioni di giovani, laureatisi negli atenei italiani al termine di corsi di studio esemplari con valutazioni brillanti, ma poi, di fatto, marginalizzati dalla vita sociale, impossibilitati a formarsi una famiglia, a causa del insipienza di una classe politica che non ha investito sufficientemente sul lavoro, formazione ed opportunità. Per trovarsi, colmo dei colmi, a non poter beneficiare quasi sempre, neppure dei sussidi, come quello sul reddito di cittadinanza, le cui regole non consentono In molti casi a chi si trova in questa condizione di poter accedere a quel sussidio. È una lettera dura, specchio della disillusione di un'intera generazione, quella che Milena ha inviato al Corriere della sera, e che pubblichiamo di seguito:

Ho letto con un certo interesse  il pezzo su Corriere.it in cui si parla di una povera ragazzina maltrattata per un colloquio di lavoro che poi si è riscattata su Twitter. Un'eroina moderna. Avrei decine di aneddoti e storie da raccontare a proposito di questi anni di lavoro, centinaia di Olivia Blend che non hanno avuto il coraggio di denunciare condizioni ben peggiori, inclusa me. Ma non lo farò perché pensereste che sono esagerata, non ci credereste. Vi racconterò quindi cosa proviamo noi giovani, le umiliazioni giornaliere che subiamo, non una tantum. Sono come una goccia che pian piano corrode la dignità e non solo durante i colloqui — specie se sei donna, ça va sans dire — ma nella vita di tutti i giorni, mentre lavori sodo e dai anche l'anima per accaparrarti il tuo posticino e per rasserenare i tuoi genitori che hanno speso migliaia di euro per farti studiare e a cui non puoi e soprattutto non vuoi dire cosa subisci ogni giorno perché ne morirebbero. E quindi stai zitto.

Alla fine pensi che forse sei tu che esageri, mica lavori in miniera. E lo sapete qual è la cosa più pericolosa di tutte? Che cominci a pensare che in fondo sei «fortunato». Perché caspita, tu un lavoro ce l'hai. E oggi guadagni molto bene per avere la tua età. Sai in quanti sono a casa ad aspettare il reddito di cittadinanza? Uff, una marea. Senza sogni, senza possibilità. «Tu sei fortunata», abiti a Milano che è diventata una città meravigliosa e di cui andare fieri, puoi permetterti cene, aperitivi, vacanze, casa. Certo, c'è quel piccolo problema che stanno demolendo la tua persona e devi fare alcuni compromessi, ma chi se ne frega, puoi andare a Bali quest'estate a recuperare le forze. Sì, forse sei brava, ma soprattutto sei fortunata. E vi spiego subito perché.

Sono entrata all'università pensando che avrei potuto fare tutto quello che volevo della mia vita. Ne sono uscita e sul portone anziché speranze ho trovato frotte di persone che mi dicevano «Non c'è lavoro, c'è la crisi, non avrai una pensione, prendi quello che arriva». E così come me, migliaia e migliaia di giovani che ancora con la coroncina di alloro in testa hanno pensato «oh cazzo, e ora?!». Ho fatto come mi hanno detto, il lavoro l'ho preso al volo, duecentocinquanta euro al mese. Ho dovuto cambiare cinque aziende, sradicarmi dalle mie abitudini, dai colleghi che diventano amici, prendere valeriana per dormire, spendere migliaia di euro (pagati da me certo, ma anche da voi con il nostro sistema sanitario nazionale) per assicurarmi di non avere un tumore al cervello perché ho avuto emicranie per 3 mesi consecutivi e dormivo con un cappello di lana in testa. Alla fine è venuto fuori che era stress. Ditemi, che fortuna è?


 O come quella volta che mi sono ritrovata dal dentista per un controllo generale e dopo 20 minuti avevo in mano una ricetta per lo Xanax. «Ma solo per dormire meglio e non digrignare i denti, non ti preoccupare, è solo che forse sei un po'...stanca?». «Stanca» ho imparato che è un modo delicato per dire «stressata». Sapete quante volte me lo sono sentita dire in questi anni? Almeno una volta all'anno. Una volta il mal di testa, una volta i denti, una la gastrite, un'altra l'insonnia. Mai che fosse inappetenza almeno, così avrei potuto smaltire i 22 chili che ho preso in 10 anni. La ricetta per lo Xanax non l'ho mai usata, è a casa, la custodisco per i momenti in cui penso di non farcela. La guardo, metto una canzone felice su Spotify e vado avanti. E sapete quante persone conosco nella mia situazione? Forse faccio prima a dirvi quante NON lo sono. Questa è la situazione. Di tutti noi trentenni. Solo che non lo diciamo perché siamo stati abituati ad ingoiare qualsiasi cosa, a farci andare bene tutto perché se no il castello di carte crolla.

L'opzione B, il baretto sulla spiaggia per noi «fortunati» non è contemplato, saremmo dei perdenti e degli irriconoscenti, le nostre nonne morirebbero di vergogna, le nostre madri non saprebbero come spiegarlo alle amiche, i nostri padri non ne parliamo nemmeno. Forse penserete che sono una di quelle persone ipocondriache, depresse e ansiose. Tutt'altro, grazie a Dio. Sono la persona più serena e tranquilla del mondo, sono piena di amici che mi amano, un fidanzato, una famiglia stabile e benestante che è fiera di me. Mi sono divertita e mi diverto ancora, non mi preoccupo mai, sono la persona più positiva del mondo e so che sono brava nel mio lavoro, brava davvero. Ma che ne è di quelli che invece non sono fortunati come me? Quelli che hanno situazioni difficili in casa, che magari sono meno forti, meno benestanti, meno solidi come persone, che non hanno un padre e una madre alle spalle che sono così illuminati da dire «ora basta, dai le dimissioni e fuori da lì»... Come fanno? Perché se non fossi stata così forte e piena di vita e di persone che mi amano, io lo Xanax lo avrei comprato e probabilmente ora sarei ancora seduta alla mia prima scrivania, depressa nel vero, orribile e spaventoso senso della parola. Quindi vi chiedo solo un favore: potete dirci che andrà bene? Potete dirci che siamo bravi e non solo fortunati? Potete dirci che troveremo una soluzione? Potete darci una pacca sulla spalla ogni tanto? Solo ogni tanto, giusto per non sentirci sempre come dei morti viventi senza futuro. Ci fareste un enorme regalo. Esisterebbero più Olivia Blend a questo mondo, perché avremmo il coraggio di parlare e dire quello che pensiamo, avremmo il coraggio di dire «Grazie, ma no, merito di meglio», anziché farci andare bene qualsiasi cosa e a qualsiasi costo.
Martina, 34 anni

 

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