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Sono l'unico avvocato penalista in Italia, o forse nel mondo, che verrà processato per un etto e mezzo di prosciutto cotto

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 Franco ha depositato la richiesta di patteggiamento. Gli ho telefonato per dirgli che è perfetta. Mi sono letto con attenzione anche le espressioni più marginali, per non perdermi niente. Di quell'istanza voglio ricordare tutto, anche la cornice. Tardito ha espresso parere sfavorevole.Devo essere l'unico avvocato penalista in Italia, o forse nel mondo, che verrà processato per un etto e mezzo di prosciutto cotto. Un giorno, uno dei membri del consiglio dell'ordine, uno capace e sveglio, mi aveva detto che forse mi sarei mangiato una cacca per quanto fatto. Affermativo, mi ero limitato a rispondere e poi ci eravamo lasciati con due sorrisi complici. Ormai è andata. Non ho più niente da recriminare. Non sto neanche più a piangere sul latte versato. Finito. L'udienza segnerà una svolta, in un modo o in un altro. Franco ha voluto depositare a tutti i costi l'istanza già in cancelleria. Per il codice è sufficiente presentare la richiesta prima dell'apertura del dibattimento e quindi avrebbe potuto farlo anche la stessa mattina. Ma ha voluto sfruttare il vento favorevole dato dal parere sfavorevole di Tardito. In questi casi, infatti, si può rinnovare la richiesta e il Tribunale, se la ritiene fondata, può pronunciare immediatamente sentenza. Diciamo che così facendo ha preparato già il terreno. Franco è un tattico. Ci sarà poi la ripresa del procedimento disciplinare durante il quale il Procuratore Capo esprimerà una richiesta che mi auguro sia quella pronosticata. Una censura. E basta. Questa vicenda mi ha scavato addosso una ruga interiore profonda come un canale navigabile. Tanti non la vedono e forse non la vedranno mai. Io la sentirò sempre addosso. Sono cambiato per sempre. Non posso nutrire rancore nei confronti del ragazzo di colore per cui me la sono procurata. Ogni mattina, quando passo davanti a lui per andare in studio, quando li ho in tasca, gli consegno cinque euro. Corre subito a comprarsi un panino e un caffè. Si inchina e mi augura buona fortuna. Mi fa il solito sorriso splendente dove cerco di trovare un buon motivo per pensare che la mia storia processuale in fondo servirà a qualcosa. Sarà pur stato utile venire condannato per un ragazzo affamato che ha visto le porte dell'inferno piene di sabbia, poi un maelstrom in mare ed infine un poco di serenità umana in un povero cristo come lui seppu vestito con la cravatta ? Siamo così diversi, lui ed io ? Ho cinquant'anni, una vita sentimentale andata a puttane e una professione da ritenersi sacrale che faccio fatica a tenere insieme con lo scotch, tanti sono i pezzi ogni giorno persi per strada. La vita di un avvocato non è un accrescimento: è un sottrarre ogni giorno qualcosa a non sai neanche tu. Alla vita, alla serenità, al fatto di avere la lucidità sopravvenuta di avere sbagliato tutto. Non era questo che ci eravamo prefissi. Non ci aspettavamo tutto questo, quando ci siamo laureati. Non me ne rendo subito conto, ma sto piangendo. Lacrime grosse come uva d'autunno scendono sulle mie guance bagnando i fogli. Mi sento per la prima volta nella mia vita solo, in mezzo ad un deserto dove il peggior incubo non è la sete, o il caldo. E' la solitudine, il non saper più a che santo votarsi per scorgere un segnale che qualcosa cambierà in meglio. O vado da mia nonna, o vado da mio padre al mare, a pensare, a parlarci in silenzio. E' una vita che non lo faccio. Non gli ho più portato neanche un fiore. Mi sento sempre così stanco e penso che c'è tempo. Invece non ce n'è mai e non me ne rendo conto. Prendo la giacca e vado via. Chiudo lo studio. Agata non so dove sia. Non importa. Inforco il motorino e vado al mare, da mio padre. Arrivo. C'è un sole radente sulle onde. E' l'ora in cui si vedono pochi pescatori e l'acqua non fa rumore. E' calmo, tutto intorno si sentono voci attutite alzarsi dagli scogli. Sembra che ognuno abbia voluto scavarsi una nicchia personale davanti al mare. Mi siedo dove lo faceva mio papà. Sto lì, a farmi avvolgere da quel senso di nostalgia che mi prende sempre quando arrivo qui.

Guardo in giro. Vedo le montagne alzarsi dritte dietro la Madonna della Costa. Le case sparpagliate sulla collina. Il porto. La sabbia della spiaggia che sembra velluto. Scruto le onde. Cerco un segno, qualcosa che mi faccia tirare avanti con maggiore convinzione. La mia fregatura è stata aver pensato di essere diverso dagli altri. Il mio orgoglio, o la mia personale selvatichezza, si sono trasformati in un handicap alla lunga. Non riesco a stare in branco. Tutto ciò che fa di alcune persone un insieme, una specie di banda dove le opinioni diventano uguali e si omologano, si tramuta per me in un tossico. Non riesco neanche a pensare. Mi paralizzo. La moltitudine mi blocca. La massa di cui parlava Elias Canetti, il bulgaro spagnolo ed ebreo, non è data soltanto dalle persone insieme ma soprattutto dall'annullamento delle coscienze che deriva dal delegare il pensiero a qualcun altro. Odio e detesto i colleghi che si imbrancano per fare una difesa. Sono senza coglioni. Non hanno neanche il coraggio di rischiare di persona. Preferisco sbagliare da solo, e vincere da solo, quando capita. Di rado, ma a volte è capitato anche a me. Il banco non vince sempre. Quanto mi manchi, papà. So che mi avresti detto di tenere duro. La mia vita è su un dirupo. Le mie vicende sentimentali hanno scocciato perfino me. Sarò anche uno stronzo, ma una donna normale avrei davvero voluto incontrarla. Guardo l'orizzonte. Ripenso a quando arrivavo qui, al pomeriggio. Appena mi vedeva, mio papà cambiava il viso, come il tramonto muta il mare. Era felice. Stavamo insieme. Gli ultimi anni sono stati i migliori. A lui era rimasta la pesca. A me, lui. Era una festa mangiare insieme un'orata. Era solo gioia stare su quel molo, all'aria aperta. Ci piaceva respirarci l'uno l'altro. Poi, ti giri, e quel respiro benefico, quell'aria di casa, è andata via, sparita al largo, dietro un'onda senza identità. In un attimo. E tu resti qui, in perenne attesa. Mio padre per me è come un romanzo di Biamonti, un'attesa sul mare perpetua. Credo che non smetterò mai di aspettarlo. C'è un detto ligure che i vecchi hanno coniato in un paesino dell'entroterra, quello di Biamonti, San Biagio della Cima: le donne stanno a casa ad aspettare sulla terra e gli uomini vanno a fare la guerra. Anche i figli aspettano. A volte, tutta una vita.

Ma sembra non bastare mai.

 Arrivo a casa e trovo Ottavio che sta cucinando. Non era meglio così, penso tra di me, quando la mia vita sentimentale era un territorio conosciuto, senza alti e bassi ? Non sono diventato troppo vecchio per i fremiti della passione ? Appena mi vede mi dice che ha telefonato un certo Bianchetti. Non è possibile, cazzo. Anche a casa è riuscito a trovarmi.

- Che ti ha detto ?, gli chiedo mentre sta tirando le tagliatellecon tutte le mani infarinate.

- Urlava, Mario, ma quello è pazzo. Parlava di una patente e di soldi che gli dovresti restituire. Un folle. Volevo chiamare anche Agata per non disturbarti ma…

- Ottavio, lascia perdere.

- Siete di nuovo in lite ?

- No, non lo siamo mai stati. Ho fatto l'ennesimo errore.

- Guarda Mario, Agata ti vuole bene sul serio.

- Siiii, come no. Tu lo sai che si frequenta con un altro ?

L'ho sparata a bruciapelo. Deve essere un po' che mi porto dentro questa domanda. A qualcuno dovevo pur chiederlo alla fine. Anche se non è il diretto interessato. Non ha un'esitazione.

- Io so che aveva un bruno, fino a quando si è messa con te. Non so altro e Agata è una ragazza seria, Mario. Non posso dire altrettanto di te, porca miseria. Lo sai chi incontro sempre al mercato, con gli occhi che piangono ogni volta che mi vede ? Giulia, Giulia, povera ragazza. Non sarà bella come Agata, non sarà giovane come lei, ma è un'altra che ha scelto di vivere nel rimpianto. Ma come si fa ? Porca miseria. Lo diceva anche tuo papà che in materia di sentimenti eri incapace di impegnarti.

- Lascia perdere. Son tutte lì che aspettano me, amico mio ? Sono Rodolfo Valentino e non me ne sono mai accorto. Ma va', ma se non so neanche dove vada alla sera Agata, stai buono, dai. Son pronte ste' tagliatelle ? Come le fai, burro e salvia ? Ho il tempo di farmi una doccia ?

La mia vita vorrei fosse sempre così. Su binari fermi, senza scossoni. Senza emozioni, sì, non me ne frega più nulla, sono stanco delle emozioni. E delle illusioni che si portano dietro come fuochi d'artificio che illuminano la tua personale sera sul mare e poi al mattino ti lasciano al freddo,con i coglioni inversi. Le emozioni non scaldano, signori, ma infrangono solo i sogni., come pietre contro un vetro. Voglio una vita tranquilla. Fanculo a Vasco Rossi. Io l'ho già avuta una vita spericolata, ed oggi mi ritrovo qui, da solo, con Ottavio che mi fa le tagliatelle e meno male che c'è lui. Sto per entrare in doccia ma squilla il telefono fisso. Vado io, urlo. In accappatoio e ciabatte impugno la cornetta.

- Pronto ?

- Puoi venire giù ?

- Chi parla ? Giù dove ?

- Avvocato, scusa, vieni giù, sono Giannini. Mi voglio ammazzare.

- Ammazzati porco zio, e non rompermi più i coglioni ! Ma pensi che sia la Caritas, io ? Questa è una casa privata, porca madosca ! Non mi devi più telefonare !

- Mi ammazzo ! Guardi che lo faccio sul serio.

- Se mi da di nuovo del lei non credo, Giannini, si trovi un altro avvocato. E' una vita che si deve ammazzare e non lo fa mai. Non è una persona seria. Vai a fanculo !

Metto giù la cornetta. Ottavio mi fissa con la bocca spalancata. Lo saluto con le dita e vado fischiettando verso la doccia.

Non voglio più emozioni.

Ho trascorso una notte da fanciullo. Ho dormito come un sasso, dopo le tagliatelle di Ottavio. Morbide, impastate con il farro, una meraviglia naturale che mi ha riconciliato con il mondo. Ilcustode del mio stomaco è andato via soltanto dopo avermi visto mangiarle tutte. Rassicurato che se lo spirito sanguina, ha visto la carne risorgere un po' grazie a lui. Mi sono bevuto un rhum, seduto sul terrazzo. Ho lasciato che la mente vagasse nell'infinito orizzonte della mia vita barbara. Stile Ugo Foscolo. Mi sento molto romantico e maledetto. Tra due giorni hanno fissato il patteggiamento. E' arrivato perfino prima dell'ultima udienza a carico della Salmaso. Tanti fili cominciano ad essere tirati in porto. Dopo tutto il tempo trascorso dentro la morsa della tensione processuale, sento che anche i miei muscoli si stanno rilassando. Fibre nervose che si stirano e si allungano. Ho imparato a vivere sotto pressione. Ho imparato a dissociare il pensiero dalla mia individuale disperazione. Ho capito che nessuno ti si fila nei momenti più bui della vita. Il sale sulle ferite è un condimento squisitamente personale. Non ci sono convitati disposti a condividerne il sapore crudele. A parte Giulia. L'ho chiamata al telefono. Abbiamo fatto una lunga chiacchierata. Sapeva di Agata ma mi ha detto che non gliene importa niente. Lei continua a considerami suo, soltanto suo. Come la lupa di Mogwli nel Libro della giungla. Quella che gli aveva fatto da madre. Ha detto che verrà all'udienza del mio patteggiamento. Quasi a voler marcare il territorio. Guardo il cielo. E' indaco, quasi viola. Non so neanche come mi sia riuscito di stare in piedi durante un duello del genere. Una notte ho sognato mio padre. Mi diceva vai via di lì figliolo, esci di lì, riferendosi al processo in cui mi ero trovato invischiato. E' stata un'esperienza cruda, amara, mai provata prima. Ho capito quanto sia acre il sudore quando si ha paura che la macchina giudiziaria ci stritoli. Se leggete il Processo di Kafka potete averne una vaga idea. Più che altro avvertirete una certa inquietudine lambirvi le ossa, le cellule nervose. Se vi arriva un'informazione di garanzia, è uno sconvolgimento di tutto il mondo, non soltanto delle cellule e dei muscoli. Crolla il baricentro. Tutto si slunga, perde consistenza, si sfarinano le certezze e sembra che tutti vi guardino in altro modo. Non è vero che se non hai un'informazione di garanzia non sei nessuno, come recita un adagio umoristico. Se non sei abituato a quel tipo di clima umano in cui ti ritrovi a galleggiare, perdi forza, annaspi, fai fatica a vivere. Non vedo l'ora di celebrare questo patteggiamento e togliermi la spina più aguzza dal cuore. Patteggio per ricominciare a respirare. Patteggio per colpa di Agata. Patteggio per non nuocere ad Agata. Patteggio perché se accetto di andare a processo, mi massacrano. Patteggio perché devo lavorare e sono stanco, stanco come non mi sono mai sentito durante tutti i miei giorni. Quando finisco il rhum e guardo il cielo, mi accorgo che l'indaco è finito, travolto da un buio trafitto di stelle. C'è una luna a metà. Sento freddo. Ti prego, fa che arrivi subito dopodomani. Sono stanco di aspettare. L'ho fatto per troppo tempo. La vita dell'indagato è logorante perché dominata dall'attesa. Un attendere che non concede spazi liberi alla vita quotidiana. Tutto è subordinato all'aspettativa che qualcosa cambi nel dannato procedimento penale dentro cui ti ritrovi. Ogni scadenza passa in secondo piano. Prima c'è il processo, una diffusissima specie di malattia laica che uno pensa non lo possa toccare mai. Sei sempre ad aspettare il prossimo adempimento. Il ricordo che serberò più vivido nella mia memoria sarà l'attesa. Anche per questo motivo ho voluto patteggiare. Voglio troncare la mia condizione di esiliato dal tempo. Non ne posso più. Non voglio incolpare nessuno. La responsabilità è mia e devo pagare. Basta.

Non è forse vero che Dio premia chi paga tutti i suoi debiti ? 

 

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