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Trent'anni dopo quel 9 novembre

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  Trenta anni fa cadeva il Muro di Berlino. Era il 9 novembre del 1989. Il simbolo della fine della cortina di ferro, del mondo diviso in due blocchi contrapposti, della riunificazione della Germania era stato anticipato e preannunciato dalle continue fughe di tedeschi orientali attraverso l'Ungheria e la Cecoslovacchia. La sera del 9 novembre 1989 il portavoce del Partito Comunista della DDR Gunther Schabowski annunciava in televisione la svolta nei rapporti della Repubblica Democratica Tedesca con l'Occidente. A mezzanotte una massa di cittadini di Berlino Est e di Berlino Ovest si ammassavano presso i checkpoint aperti alla mezzanotte esatta. Cantando "Tor Auf!", "aprite i cancelli", i berlinesi si incontravano nuovamente dopo 28 anni di divisione forzata. La Germania est (Ddr) era stata fondata nell'ottobre del 1949. Berlino era stata divisa fra il 12 e il 13 agosto 1961. Il muro era stato eretto per bloccare il continuo passaggio di quanti, stanchi della Ddr, si rifugiavano nella parte ovest della città. Per la Germania est quel flusso in uscita rappresentava una vera e propria minaccia alla sopravvivenza del sistema comunista. Il muro veniva presidiato e controllato lungo tutto il suo perimetro da soldati armati che sparavano contro tutti coloro che tentavano il passaggio. Lungo più di 155 chilometri, venne incrementato e potenziato nel tempo con la costruzione di una seconda barriera, filo spinato ad alta tensione e mine anti-uomo nella cosiddetta "striscia della morte", lo spazio largo una decina di metri esistente tra i due muri. Nei 28 anni in cui divise la città, migliaia di persone cercarono di attraversarlo e almeno un centinaio di persone, per lo più giovani, morirono nell'impresa, solo tra quelle attestate ufficialmente dai registri.

  La caduta del muro ha un valore fortemente simbolico che lo colloca indiscutibilmente tra i grandi eventi del Novecento, uno di quegli eventi che gli storici considerano "periodizzante". Per lo storico e scrittore britannico Eric Hobsbawm il 9 novembre 1989 ha segnato la fine del Novecento, da lui definito un secolo breve (1914-1991). Ci vorranno infatti meno di due anni perché l'impero dei soviet collassi a sua volta. Il crollo del muro ha così decretato la fine del socialismo reale e l'affermazione del capitalismo liberal-democratico. Il muro non rappresentava solo uno strumento pratico di divisione di una città, di uno Stato, di un popolo, ma anche ideologico per limitare l'avanzata del capitalismo. Superare quella costruzione voleva dire passare il confine tra due mondi completamente diversi e in contrapposizione tra loro. 

  Ma la Storia ci ha posto dinanzi anche alla crisi del modello occidentale e di un libero mercato che non è in grado di autoregolarsi. Quel che resta è un mondo senza utopie ma non senza muri. I muri continuano ad essere costruiti e continuano a dividere: barriere di separazione tra Israele e i territori palestinesi, tra gli Stati Uniti e il Messico, tra Iraq e Kuwait, tra Iran e Pakistan, tra Grecia e Turchia, tra Ungheria e Serbia per citarne alcuni. Eppure i muri più difficili da abbattere sono quelli che ognuno di noi costruisce nei confronti degli altri, dei diversi, degli stranieri…sono i nostri muri mentali, quelli della paura, del pregiudizio, del razzismo, del pensiero unico, dell'integralismo, che impediscono di specchiarci nell'altro e di conoscere socraticamente noi stessi attraverso il dialogo. 

 

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