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Violenza contro gli insegnanti? Non banalizzate, non è solamente maleducazione

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In una scuola primaria in provincia di Varese una madre, per l'ennesima volta, ritarda di oltre mezz'ora dopo l'orario d'uscita nel recarsi a prendere il figlio e, quando le maestre glielo fanno notare, invece di scusarsi insulta e sputa contro un'insegnante. Uno sputo che racchiude tutto il disprezzo rivolto verso il ruolo di educatore e formatore, emblematico e rappresentativo della scarsa considerazione riservata ai docenti dalla nostra società. Quella stessa mamma avrebbe agito con tanta inaudita aggressività di fronte ad un magistrato, un impiegato dell'anagrafe, o un commissario di pubblica sicurezza? Probabilmente avrebbe desistito dallo sputare o dall'avere un qualsiasi comportamento aggressivo. 

Non c'è altra istituzione – la sanità, la politica, la giustizia – dove si può fare irruzione ed esercitare analoga prepotenza senza pagare dazio. I malcapitati di turno, pubblici ufficiali nell'adempimento del proprio dovere, ricevono violenze da parte di adulti e adolescenti senza scrupoli e totalmente ignari del rispetto delle regole, con attacchi gravi e lesivi della dignità umana. Insegnanti vittime di studenti e genitori violenti: il caso della professoressa colpita alle spalle da una sedia lanciata da alcuni alunni di un istituto professionale di Vimercate è solo l'ultimo di una lunga serie. Ecco perché in pochi giorni la petizione lanciata dall'associazione «Professione insegnante» ha raggiunto quasi 100 mila firme. Nel testo postato sulla piattaforma Change.org vengono ricapitolati alcuni degli episodi più drammatici degli ultimi mesi. «La figura dell'insegnante ha perso via via autorevolezza e prestigio, calpestata da logiche di potere che ne minano la serietà ed il valore istituzionale», si legge nella petizione, che per disinnescare quest'emergenza educativa punta tutto sulle punizioni anziché sulla prevenzione. Serve una legge, una norma che istituisca e soprattutto rafforzi la figura dell'insegnante quale pubblico ufficiale, che inasprisca le pene laddove ci sono episodi di violenza conclamati, che tuteli la libertà di insegnamento e restituisca agli insegnanti un ruolo di primo piano. Nel testo si riconosce come questi episodi di violenza siano solo la punta dell'iceberg, la manifestazione drammatica di un'emergenza sociale che chiama in causa il rapporto scuola-famiglia e la rottura del patto fra queste due figure educative, entrambe indispensabili per la crescita di cittadini consapevoli. Ma la conclusione è che ci voglia il pugno di ferro. «Occorre una legge che comporti delle sanzioni che siano da esempio educativo per le generazioni future». Punto e basta. 

La scuola sta andando a catafascio. Di chi è la colpa? Si parla molto di internet, ma questo è solo uno strumento, come lo sono la tv, la radio, la penna o la voce. Il punto è come si utilizza la Rete e chi la utilizza. È in corso una svalutazione della scuola, indubbiamente c'è una responsabilità del web: la rapidità e la viralità proprie dei social non giocano certo a favore degli insegnanti e basta guardare su YouTube per avere l'impressione di un'escalation di violenza, non solo verbale. È come se si fossero allentati i freni inibitori, di colpo, in ogni aula. Ragazzi che perdono la calma, professori che perdono la pazienza. La bravata in classe, poi, viene ripresa e condivisa. Ma definirlo semplicemente bullismo vorrebbe dire sminuire la portata di comportamenti che spesso configurano un reato, previsto e punito dal codice penale, e come tali dovrebbero essere trattati.
Dopo gli ultimi casi di violenza nelle scuole, ci si interroga sulle responsabilità e l'opinione pubblica invoca provvedimenti disciplinari. Ma perché i docenti non li adottano? A marzo 2018 è stato rivisto il patto di corresponsabilità educativa scuola-famiglia tra il Ministero dell'Istruzione e il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola (FONAGS), che contiene tutti gli strumenti per poter intervenire anche in casi come questi. Il documento, varato per la prima volta 10 anni fa, contiene anche una parte sanzionatoria, che è educativa e non punitiva, ma che va applicata. Il genitore ha una responsabilità, ma anche il docente e i dirigenti, che possono decidere caso per caso se sospendere, non ammettere agli esami di fine ciclo o bocciare, nei casi di maggiore gravità. Stalking, minacce e insulti fino ad arrivare a calci, pugni e tentativi di soffocamento davanti al rifiuto di alzare un voto o promuovere il figlio: ormai pare lecito trasferire atteggiamenti sociali sempre più diffusi come l'aggressività e l'individualismo anche nei luoghi deputati alla formazione delle giovani generazioni. Ma come siamo arrivati a questo punto? La colpa del decadimento della scuola è di tutti: degli studenti, dei genitori, dei docenti e dei politici. Se al deperimento della componente materiale, come aule ed edifici, si accompagna il decadimento di quella immateriale, morale, il problema ora è come si riparte. Si deve ricominciare da capo, con una rivoluzione. Non più riforme, ma un cambiamento che parte dalla testa, tornando a dare valore alla scuola.

Maria Di Benedetto - insegnante e vicaria IC Portella della Ginestra - Vittoria​

 

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