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Vittorio Bachelet, tra diritto e bene comune. Chi era il "Professore" assassinato alla "Sapienza" dalle Brigate Rosse

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Vittorio Bachelet (Roma, 20 febbraio 1926Roma, 12 febbraio 1980) è stato un giurista e politico italiano. Docente universitario, fu anche dirigente dell'Azione Cattolica ed esponente democristiano. Nel 1980 fu assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato alla Sapienza, mentre rivestiva la carica di vicepresidente del C.S.M..
Ultimo dei nove figli di Giovanni, ufficiale dell'esercito, e di Maria Bosio, ancora bambino si iscrive all'Azione Cattolica presso il circolo parrocchiale di S. Antonio di Savena di Bologna, dove allora vive la sua famiglia. A Roma, negli anni della seconda guerra mondiale, frequenta assiduamente la Congregazione del Cardinal Massimi. Dopo la maturità classica presso il Liceo Tasso si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza e inizia la militanza nella FUCI, sia nella sezione romana, sia nel centro nazionale, dove presto diventa condirettore di Ricerca, il periodico della federazione universitaria.

Il 24 novembre del 1947 si laurea, con una tesi in diritto del lavoro su I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali (votazione 110/110 e lode), di cui è relatore il prof. Lionello Levi Sandri.
Nell'anno accademico 1947-48 è assistente volontario presso la cattedra di Diritto amministrativo dell'Università La Sapienza. Intanto diviene redattore capo della rivista di studi politici Civitas, diretta da Paolo Emilio Taviani, della quale nel 1959 diviene vicedirettore, e ottiene diversi incarichi presso il CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione, l'attuale CIPE) e la Cassa per il Mezzogiorno.
Il 26 giugno 1951 si sposa con Maria Teresa (Miesi) de Januario. Il 13 aprile 1952 nasce la figlia Maria Grazia. Tre anni dopo, il 3 maggio 1955, nasce il figlio Giovanni Bachelet.

Nel 1957 pubblica un volume sull'attività di coordinamento nell'amministrazione pubblica dell'economia (vedi bibliografia), rimasto punto di riferimento nella legislazione nazionale e comunitaria. Ottiene la libera docenza in Diritto amministrativo e in Istituzioni di diritto pubblico, e inizia la sua carriera di professore universitario: dapprima è docente di Diritto amministrativo presso la Scuola di applicazione della Guardia di Finanza e presso l'Università di Pavia, poi presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Trieste e, dal 1974, professore ordinario di Diritto pubblico dell'economia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. In questo periodo (1962, vedi bibliografia) pubblica anche un'opera sul rapporto fra disciplina militare e ordinamento statale alla luce della Costituzione, che parecchi anni dopo rappresenterà un contributo rilevante alla riforma dell'ordinamento militare, e un ampio saggio su Costituzione e Amministrazione: per Bachelet l'entrata in vigore della Costituzione ha aperto "una fase nuova anche nel nostro sistema di giustizia amministrativa" (1966, vedi bibliografia).

Non abbandona mai la militanza nell'Azione Cattolica e ne diviene uno dei principali dirigenti nazionali. Nel 1959, Papa Giovanni XXIII lo nomina vicepresidente nazionale e nel 1964 Paolo VI lo nomina Presidente Generale per la prima volta (verrà riconfermato anche per i due mandati successivi, fino al 1973; per l'ultimo mandato è eletto dal Consiglio Nazionale e non più nominato dal Papa, secondo il nuovo statuto incoraggiato da Paolo VI e approvato nel 1969). La missione che gli hanno affidato i due Papi è rinnovare l'Azione Cattolica per attuare il Concilio, come recita il titolo di un suo libro del 1966 (vedi bibliografia). La svolge democratizzando la vita interna dell'associazione, accompagnando il rinnovamento conciliare della liturgia, promuovendo una nuova corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa, guidando l'associazione verso un progressivo distacco dall'impegno politico diretto.
Ricopre anche la carica di vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, e del Comitato italiano per la famiglia.

Iscritto alla Democrazia Cristiana, amico e ammiratore di Aldo Moro, dopo le elezioni amministrative del giugno 1976 viene eletto Consigliere comunale a Roma; il 21 dicembre dello stesso anno viene anche eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, del quale fa parte come membro "laico", cioè eletto dal Parlamento in seduta comune con un'ampissima maggioranza costituita praticamente da tutte le forze che componevano il cosiddetto "arco costituzionale".
Il 12 febbraio 1980, al termine di una lezione, mentre conversa con la sua assistente Rosy Bindi, viene assassinato da un nucleo armato delle Brigate Rosse, sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza, colpito con sette proiettili calibro 32 Winchester; a sparare furono prima Annalaura Braghetti e quindi Bruno Seghetti.
Due giorni dopo se ne celebrano i funerali nella chiesa di San Roberto Bellarmino di Roma. Uno dei due figli, Giovanni, all'epoca venticinquenne, durante la Preghiera dei fedeli pronuncia queste parole:

«Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore.

Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri.»

                                                    Invito alla lettura di Vittorio Bachelet
(1958)
[tratto da: Vittorio Bachelet, Presenza dei cattolici nella vita sociale, da Enciclopedia sociale,
Alba, ed. Paoline, 1958, p. 5-39 (in Vittorio Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti
politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, p. 28-30)]
«La ricchezza fondamentale che i cattolici possono mettere al servizio del progresso della
civiltà umana è proprio – lo ripetiamo ancora – la «carica» morale e religiosa che sola può
alimentare un autentico rinnovamento della società e che – quando naturalmente sia genuinamente
vissuta e praticata – consente meglio di ogni più raffinata elaborazione, la comprensione e
consapevolezza delle esigenze storiche, la concretezza operativa, la coerenza profonda di linea
politica. […]
È essenziale, quindi, un riferimento costante ai principi, una «linea» sicura di certezza e di
legge morale, un certo numero di idee estremamente chiare su Dio, sull'uomo, sui rapporti fra
l'uomo e Dio, e fra l'uomo e i suoi fratelli, sulla legge che regola questi rapporti, sulla dignità e sui
doveri della persona umana. Nulla più della meditazione delle più profonde verità religiose, nulla
più della rettitudine della volontà e della purezza del cuore aiuta agli uomini a capire e a giudicare
la realtà del mondo in cui vivono, il senso della storia e del mondo, a operarvi con la efficacia e il
realismo della giustizia e della carità.
E tuttavia è vero che è esistita anche – talvolta – una sorta di «demagogia morale», in cattiva
fede in alcuni casi (secondo cioè la parabola della pagliuzza e della trave) ma non di rado in buona
fede. Una sorta di predicatoria tanto impetuosa quanto generica che dal laicato cattolico ancor più
che dai pulpiti è venuta a giudicare, condannare, esaltare uomini, istituzioni, situazioni, talora senza
aver approfondito gli aspetti e i problemi profondi connessi con questi giudizi, più spesso con la
convinzione che fosse sufficiente la pietà dei sentimenti o una certa tal quale rettitudine d'animo per
risolvere i problemi della società e per difendere la libertà della Chiesa: il che, senza «attrezzarsi»
con gli strumenti intellettuali e tecnici indispensabili, senza uno sforzo di comprensione e di
approfondimento della realtà e delle idee esistenti nel mondo, senza insomma un preciso senso della
storia in cui Iddio ci ha chiamati a vivere e operare, non è certo metodo buono per una efficace
«azione sociale». Perché è evidente che non basta essere «buon cattolico» secondo una troppo
facilmente usata espressione, per diventare – quasi per infusione dello Spirito Santo – un buon
scienziato, un buon amministratore, un buon politico, un buon professionista, un buon lavoratore;
come – del resto – non basta per essere un buon padre o una buona madre di famiglia. È necessaria
la fatica della preparazione, l'educazione delle doti personali, la conquista dell'abilità tecnica e
professionale, e soprattutto la partecipazione viva al travaglio della umanità nel momento storico in
cui ci si trova a vivere e a operare. Senza questa immersione (nel mondo, pur senza diventare del
mondo) si finisce per professare e predicare un cristianesimo astratto, molto simile a quella
interpretazione farisaica della legge, così distante dalle sofferenze e dalle aspirazioni degli uomini,
che avrebbe concesso l'eccezione al riposo sabatico per salvare un bue cascato nel pozzo, ma che
trovava a ridire quando in giorno di sabato il Signore guariva un uomo malato. [...]
».

(1958)
[tratto da: Vittorio Bachelet, Presenza dei cattolici nella vita sociale, da Enciclopedia sociale,
Alba, ed. Paoline, 1958, p. 5-39 (in Vittorio Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti
politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, p. 39-40)]
«É dunque indispensabile, proprio per affrontare con concretezza la realtà umana,
sottolineare l'intimo legame esistente fra l'azione «sociale» e l'azione «religiosa» dei cattolici. Ciò
non significa negare una distinzione di piani diversi, o l'autonomia, ad esempio, dell'azione
politica: così come la indispensabile ispirazione cristiana della cultura non nega ma anzi accentua il
rispetto per l'autonomia della ricerca scientifica.
L'indispensabile fondamento, la necessaria guida religiosa e morale non toglie ad alcuno la sua
propria responsabilità – personale o di gruppo – nei confronti della società in cui vive. Ciò significa
anche, nella società di oggi, la presenza dei cattolici nella vita pubblica attraverso formazioni
politiche capaci d'inserirsi con autonoma responsabilità nella direzione della vita degli Stati. D'altra
parte, la garanzia che le soluzioni prospettate e realizzate da tali formazioni siano secondo lo spirito
cristiano, è ancora una volta soprattutto nella vitalità religiosa che rettamente anima gli uomini che
assumono responsabilità politiche.
Ciò mi sembra che debbano particolarmente avere presente tutti coloro che, come il clero, i
membri dell'Azione Cattolica, gli associati a congregazioni od oratori, hanno appunto come
compito istituzionale e specifico quello della formazione religiosa e morale: perché nell'incitare
all'azione sociale rammentino sempre che la preparazione a questa richiede, per tutte le ragioni e
per tutte le difficoltà che si sono accennate, un più sicuro e ricco approfondimento religioso e
spirituale.
Altrimenti, è inevitabile cadere in quella che Pio XII ha efficacemente chiamato l'eresia
dell'azione: l'azione, cioè, per l'azione, sia pure partendo dai migliori propositi. Il fare, l'agire,
l'organizzare, il moltiplicare le iniziative, assillati solo dalla necessità di un successo visibile delle
cose che si fanno: il considerare inutili oggi o per lo meno accessori la liturgia o gli studi della
dottrina cristiana o le iniziative di formazione spirituale – non solo strettamente religiosa, ma anche
più largamente culturale – sarebbe cedere alla tentazione di questa eresia, dimenticare l'anima di
ogni azione sociale dei cristiani, tralasciare o mettere in secondo piano quell'unum che anche in
questo campo – è ciò che più di ogni altra cosa è necessario.
Ma ciò non vuol dire che si debbano esortare gli uomini d'oggi alla sola contemplazione.
Anche il rimprovero di Gesù, del resto, non era per quello che Marta faceva, ma, se mai, per quello
che non faceva, e soprattutto perché non aveva compresa l'importanza essenziale della «parte
migliore». Non c'è tempo, forse, in cui i cattolici siano chiamati più che in questo a essere
contemporaneamente Marta e Maria [...]
».

(1964)
[tratto da: Vittorio Bachelet, L'educazione al bene comune, in Persona e bene comune nello
Stato contemporaneo. Atti della XXXVI Settimana sociale dei cattolici italiani. Pescara, 30 maggio
– 4 giugno 1964, p. 219-232 (in Vittorio Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a
cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, p. 56-57)]
«I giovani vivranno in una società diversa da quella in cui hanno vissuto coloro che
dovrebbero educarli l senso del bene comune; anzi, probabilmente vivranno da adulti in una società
molto diversa da quella in cui oggi hanno cominciato a vivere. Donde la necessità di una
formazione – anche sotto il profilo dell'educazione al bene comune – sempre più legata ai valori e
ai principi essenziali e nello stesso tempo sempre più staccata e insieme sempre più sensibile ai
concreti contenuti storici che l'evolversi della convivenza umana viene dando all'ideale concreto di
bene comune. [...]
5. Questa prospettiva di educazione, che comunque, in linea generale, appare certamente più
difficile – e non priva di rischi, fra i quali primissimo quello del relativismo di tipo storicistico, e,
forse ancor più, quello del semplice rifiuto dello stesso ideale di bene comune – è tuttavia oggi
proprio per questo più necessaria. Se non si distinguono con chiarezza i valori perenni e immutabili
del bene comune dai suoi mutevoli contenuti storici, si rischia che dall'inevitabile mutare dei
secondi finiscano per apparire travolti anche i primi («les lois qui imposent comme nécessaire ce
qui est indifférent ont cette inconvénient qui font retenir indifférent ce qui est nécessaire»: ha scritto
Montesquieu). Questa educazione è necessaria anche perché se a tali principi non si fa riferimento,
cessando il giudizio basato sulle tradizioni e sul costume – che cambiano – non rimarrebbe
altrimenti alcun criterio di giudizio.
Ma questa prospettiva è anche – bisogna riconoscerlo – più libera e può essere perciò più
feconda; non consente di tramandare tralaticiamente da padre in figlio un tesoro sicuro e sempre in
tutto identico di valori per la convivenza, ma impone, alle nuove generazioni, nuove scoperte della
esperienza della società che si trasforma, e nuove responsabili scelte per la costruzione di una
società migliore, cioè di un bene comune più compiutamente realizzato nella nuova situazione
storica [...]
».

(1964)
[tratto da: Vittorio Bachelet, L'educazione al bene comune, in Persona e bene comune nello
Stato contemporaneo. Atti della XXXVI Settimana sociale dei cattolici italiani. Pescara, 30 maggio
– 4 giugno 1964, p. 219-232 (in Vittorio Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a
cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, p. 66-67)]
«Vorrei, per concludere, richiamare alcuni punti che mi paiono essenziali per una educazione
al bene comune nella nostra comunità politica.
Il primo punto mi sembra quello di una formazione alla coerenza ideale, il cui vigore non può
essere diminuito né diminuire la generosità nell'andare incontro a posizioni o esigenze diverse, ma
che siano buone e riconducibili al bene. Si tratta di una ricchezza spirituale e di una solidarietà
morale che sono indispensabili per chi – come avviene in alcune delle moderne comunità politiche e
in particolare nella nostra – si trova a dover collaborare e magari a dover scegliere fra
collaborazioni con gruppi o forze la cui ispirazione è più o meno contrastante con la visione
cristiana del bene comune. Non è questo il luogo per richiamare le norme circa tali collaborazioni,
precisate del resto in una notissima pagina della Pacem in terris. Vorrei solo mettere in evidenza la
particolare esigenza di una solida formazione che una situazione di questo genere pone per i
cittadini cattolici in un paese ove le forze politiche sono articolate nel modo che conosciamo.
Analogamente e in altro senso si pone un problema di formazione alla coerenza e alla
generosità in rapporto allo svilupparsi non solo delle prospettive di giustizia sociale, ma più in
genere della sempre maggiore complessità della Società e della macchina dello Stato: formazione
che consenta ogni dovuto sacrificio, chiesto a se stessi prima che agli altri; e nello stesso tempo
solleciti la rivendicazione chiara, sicura, forte di quei diritti inalienabili della persona, di quelle
libertà che «non sono una elargizione dello Stato, ma sono un dono di Dio agli uomini», come
ricordava in un non dimenticato discorso un grande statista cattolico tragicamente scomparso, John
Kennedy, alla cui generosa figura va il nostro pensiero commosso, la nostra fierezza, la nostra
preghiera.
lo ho la sensazione che qualche volta una insufficiente formazione dei nostri giovani e dei
nostri adulti li porti a un complesso d'inferiorità verso sistemi e verso singoli programmi che, per
essere unilaterali, possono apparire forse più omogenei, più coerenti, più dialetticamente sostenibili,
più stimolanti per l'opinione pubblica. Ma è che forse non sappiamo trarre tutta la ricchezza da una
interpretazione del bene comune come quella cristiana che non è parziale, non è limitata; che non si
fonda solo sulla libertà o solo sulla giustizia, solo sulla verità o solo sulla carità; ma ne è in qualche
modo una sintesi che si illumina della verità e si alimenta della carità e si attua
contemporaneamente nella libertà e nella giustizia.
È questa visione globale, è questa formazione globale che può consentire non solo di
illuminare la fatica degli uomini nel costruire la loro città, ma può far scorgere, in questa faticosa
costruzione i più elevati valori umani, e annunciare persino l'esigenza di Dio [...]
».

(1976)
[tratto da: Vittorio Bachelet, Ritrovare una profonda ispirazione, in Coscienza, 2/1976, p. 28
(in Vittorio Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo
Nepi, Roma, AVE, 1992, p. 104-105)]
Ritrovare una profonda ispirazione
La stagione dei congressi dei partiti è attesa con ansia mista a indifferenza da molti italiani. Si
ha insieme l'impressione che si tratti di assise d'importanza decisiva in un momento delicatissimo
per non dire drammatico della nostra storia, e, contemporaneamente, di incontri rituali incapaci
ormai di esprimere le attese di fondo degli stessi iscritti e simpatizzanti ed elettori per celebrare solo
duelli di potere e combinazioni di vertice.
Eppure non c'è democrazia, non c'è vitalità politica, se le forze politiche non sanno farsi
interpreti delle attese, delle speranze e delle angosce dei cittadini, se non sanno proporre linee
capaci non di subire, ma di guidare lo sviluppo del paese e le trasformazioni necessarie per rendere
l'ordinamento della società adeguato ai mutamenti che hanno profondamente modificato la sua
composizione, la sua cultura, il suo assetto territoriale e sociale, la sua mentalità, il suo costume.
In questo momento di passaggio sono certamente difficili lucide analisi della situazione,
prospettive limpide e realistiche e sarebbero inattendibili programmi politici miracolistici. E tuttavia
si ha l'impressione che molte forze e intelligenze tuttora impegnate a garantire posizioni o
combinazioni di potere darebbero risultati non disprezzabili se applicate a studiare e affrontare i
problemi reali del paese.
Ma soprattutto non vi è forza politica che sempre – ma specialmente in un momento come
questo – possa proporsi come orientamento e guida del paese se non ritrova i valori morali profondi
della sua forza ispiratrice. Non si tratta solo degli scandali che turbano l'opinione pubblica: anche
gli sbagli più gravi possono essere occasione di una ripresa morale quando l'ispirazione etica che
guida e sostiene l'azione politica ha una forza capace di vincere nel bene il male. Si tratta di sapere
se nella intricata e mutevole vicenda della nostra storia, e in particolare in quella del nostro paese,
v'è un ideale di uomo e società capace d'incidere in questa storia e di orientarla a servizio
dell'uomo; capace di costituire un punto di riferimento e una forza traente al di là di vittorie e
sconfitte, di successi e di soluzioni subite: capace di confrontarsi su altre proposte e altri valori
senza intolleranze ma senza lasciarsi intimidire; capace di affrontare non con operazioni di piccolo
cabotaggio, ma con animo grande i temi essenziali della vita dell'uomo, della difesa della sua
dignità, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua cultura, della sua responsabilità, della sua
libertà nella giustizia e nella pace.
In particolare quanti ispirano ai valori cristiani la loro milizia politica sanno bene che è questa
la loro forza vera e più grande cui non possono rinunciare, quell'amore oggi capace di dare una
speranza agli uomini liberi e forti, e forse più largamente di quanto non si pensi, anche alle nuove
generazioni in cerca di valori per cui vale la pena di vivere e operare. Perché si può dover
legittimamente pensare «che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci
di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza
» (Gaudium et spes 31).

 

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