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Come ti truffo in nome del popolo italiano - seconda parte

  Ogni tanto si scopre che qualche magistrato salta la barricata e piuttosto che incrementare il numero delle sentenze cerca il modo di incrementare il volume del suo portafoglio. Tempo addietro a Firenze un giudice che si occupava prevalentemente di fallimenti non disdegnava di far parte di un comitato d'affari che ruotava attorno al tribunale toscano per pilotare l'affidamento di curatele e perizie. Quello che sbalordisce sono i numeri dell'inchiesta: 200 i capi di imputazione e una memoria del pubblico ministero di 2750 pagine! L'accusa: corruzione, peculato, abuso d'ufficio, falso, interesse privato in procedure concorsuali e concorso in bancarotta. Pesante la condanna richiesta:13 anni di reclusione; ancora più pesante quella inflitta: 15 anni. Tra i vari episodi contestati, uno appare particolarmente curioso e viene inesorabilmente descritto nei capi di imputazione: da un fallimento vennero prelevati un lavandino e un cesso poi trasportati a Rosano nella casa in via di ristrutturazione del giudice. Una magistrata calabrese è stata invece condannata a 14 anni e mezzo di reclusione per avere agito in maniera esattamente opposta di come avrebbe dovuto fare chi amministra giustizia. Tanto per cominciare percepiva finanziamenti dallo Stato per quasi cinque milioni di euro mediante carte false per la realizzazione di un villaggio turistico, gestito da una società della quale era socia occulta, ma non disdegnava all'occorrenza di essere remunerata in natura. Implacabile il capo di imputazione, nel quale parlava di diversi litri di olio, un agnellino e non meglio specificate derrate alimentari che introduceva furtivamente nel cofano della sua Micra, per come attestato dai poliziotti appostati nei paraggi. Per non 'abusare' del telefono cellulare in dotazione (e pagato dallo Stato), la Nostra usava schede intestate alla propria cameriera per contattare avvocati, politici e tecnici o farsi chiamare direttamente dalle parti processuali. Da una delle telefonate intercettate risulta un miserabile spaccato di debolezza umana, ma anche di odiosa insolenza, inesorabilmente incisa nei nastri: Dottoressa, vuole würstel e salciccia? E come li vuole i würstel, piccoli o grandi? Anche quando non si occupava di fallimenti, ma di misure di prevenzione, la giudice non disdegnava piccoli sotterfugi, quali per esempio fissare per l'ultimo giorno utile l'udienza di convalida di un sequestro, disponendo la notifica all'interessato presso il suo domicilio ben sapendo che lo stesso era detenuto e facendo così venire meno per un vizio di forma la validità della notifica e il conseguente sequestro.

Come ti truffo... in nome del popolo italiano - prima parte

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Gli insulti...letterari (ovvero: la cultura al servizio dell'offesa)

Razzisti del 21° secolo – seconda parte

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Auguri nel diritto – seconda parte

Gli auguri nel diritto – Prima parte

L’offesa all'origine della (in)civiltà

  Il contrasto e la violenza sono meccanismi della selezione naturale che assicurano la supremazia degli individui più adatti alla vita. Sono perciò meccanismi che agiscono in tutte le specie viventi, compresa quella umana. Anzi, i contrasti tra gli uomini – gli animali più evoluti e (pre)potenti – sono i più numerosi e feroci e i più vari, dal momento che le offese che ne derivano possono essere, oltre che fisiche, anche morali. E poiché queste ultime sono veicolate soprattutto dalla parola, si può ritenere che gli insulti siano stati presenti fin dalle prime articolazioni verbali dei nostri antenati: balbettamenti forse non molto più intelligibili dei grugniti delle altre specie viventi. John H. Jackson, celebre neurologo inglese, si spinge ad affermare che il fondatore della civiltà è stato proprio colui che per la prima volta colpì il suo avversario con un insulto, invece che con una freccia. Non c'è dunque epoca storica né nazione al mondo che non conosca l'insulto. E poiché esso è a sua volta generatore di violenza, essendo piuttosto rapido e frequente il passaggio dall'ingiuria alle vie di fatto, i legislatori di ogni Paese hanno sentito la necessità di porre un argine alle offese, configurandole come illeciti, sanzionabili penalmente o in via amministrativa. Di recente il nostro legislatore ha in parte provveduto alla depenalizzazione e in parte a convertire fattispecie penali in "illeciti civili". Prevedere sanzioni, multe e risarcimenti dei danni morali costituiscono certo un monito e un deterrente per i possibili autori di insulti. Ma queste minacce sono sufficienti ad azzerare o quantomeno a frenare in maniera significativa l'impulso ingiurioso? Dalla quantità di cause celebrate per questi reati v'è da essere scettici. Come abbiamo detto, il mezzo generalmente utilizzato per veicolare l'offesa è la parola, sia pronunciata che scritta. Ma l'espressione verbale non è l'unico modo di offendere. Il messaggio ingiurioso può anche essere figurato o in parte scritto e in parte figurato (è il caso della vignetta). Infine si può recare offesa mediante gesti, rumori e ricorrendo a mille altri modi partoriti dalla fertile mente umana.

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